Bloomberg forever

Il sindaco gode di un pregiudizio positivo. Ci sono i sindaci onesti e i disonesti, i coraggiosi riformatori o i pavidi segnavento di striscianti poteri locali, quelli che fumano crack e quelli che s’offendono a morte perché New York ha un grattacielo più alto (Rahm Emanuel, sindaco di Chicago, non si dà pace per quell’antenna sulla Freedom Tower), ma in generale il sindaco ha un credito che gli deriva dal semplice fatto di essere sindaco.
17 AGO 20
Immagine di Bloomberg forever
Il sindaco gode di un pregiudizio positivo. Ci sono i sindaci onesti e i disonesti, i coraggiosi riformatori o i pavidi segnavento di striscianti poteri locali, quelli che fumano crack e quelli che s’offendono a morte perché New York ha un grattacielo più alto (Rahm Emanuel, sindaco di Chicago, non si dà pace per quell’antenna sulla Freedom Tower), ma in generale il sindaco ha un credito che gli deriva dal semplice fatto di essere sindaco. La posizione, meravigliosamente intermedia nella gerarchia dei poteri, ha vantaggi intrinseci: abbastanza vicino al popolo per esercitare un potere effettivo, abbastanza lontano dal governo nazionale per non finire schiacciato da farraginosi ingranaggi burocratici e vuote zuffe parlamentari. Il sindaco può, a seconda delle circostanze, accantonare o cavalcare le convinzioni ideologiche, ché tanto lo svincolo della tangenziale e la raccolta dei rifiuti non hanno colore né tessera.
Nel pregiudizio globale, al sindaco è concessa una caparra di fiducia in quanto recita il ruolo dell’amministratore pragmatico, si occupa di problemi concreti e le soluzioni che propone sono immediatamente misurabili. I livelli amministrativi sottostanti sono troppo condizionati da decisioni altrui per essere giudicati. Quelli più alti sono inevitabilmente compromessi con le vacuità del potere nazionale. Il sindaco di una grande città o di una megalopoli è nella posizione ideale: può attestarsi i successi della policy senza sporcarsi le mani con la politics. Ha il vantaggio strategico di essere a capo di un laboratorio che può produrre buone idee replicabili su vasta scala. Assomma l’agilità che deriva dalla dimensione locale all’autorevolezza che promana dalla partecipazione alla conversazione politica globale. Stringe gemellaggi, si allea con amministrazioni estere del medesimo rango e la patente di amministratore gli permette di accreditarsi presso gli alti ambienti politici senza tema di essere scambiato per un esecutore di ordini di scuderia ideologici. E se qualcosa va male può sempre dire che l’origine del problema è lassù, ai piani alti, in stanze dei bottoni alle quali non ha accesso, e allora capita che pure il sindaco finisca per imbracciare il forcone assieme ai sudditi. In un mondo che appare impossibile da dirigere secondo il vecchio schema della governance nazionale e dove la metà degli uomini vive in ambienti urbani, questo ibrido politico-tecnico sembra la soluzione alchemica perfetta.
Se – tanto per fare uno zoom sulla provincia – Matteo Renzi fosse cresciuto politicamente nel telaio dei rapporti romani e non nelle stanze amministrative di Firenze avrebbe probabilmente bruciato un’importante aliquota della sua novità, che è la risultante di un misto di anagrafe, linguaggio, cultura politica ma anche di posizione amministrativa, quella con cui si può giustificare anche un’altrimenti fatale visita questuante in quel di Arcore. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i manifesti di urbanisti, sociologi, economisti e altre razze di scienziati sociali a favore del governo dei sindaci. Il ragionamento è questo: la città rimane la dimensione produttiva privilegiata, il luogo dell’elaborazione delle idee e delle risorse che resiste alla generale tendenza verso l’ingovernabilità alla quale sono sottoposti gli stati. Per ogni Detroit che dichiara bancarotta c’è una Austin che si protende verso il futuro, e persino le situazioni urbane più disperate nascondono l’occasione per ridisegnare le linee vitali delle metropoli seguendo nuove coordinate. Il modello produttivo dei motori a Detroit è collassato? Troviamone un altro e ripartiamo, più forti di prima. Osservazioni di questo tenore popolano la “rivoluzione metropolitana” di Jennifer Bradley e Bruce Katz – ricercatori della Brookings Institution –, un saggio che spiega come le città stanno “aggiustando la politica devastata e l’economia fragile”. Aggiustare in un colpo solo politica ed economia non è cosa da tutti, serve un sindaco, meglio ancora uno dei sindaci virtuosi raccontati da Ben Barber in un libro che il New York Times ha definito “il più apocalittico nel suo genere”. Il titolo va pronunciato con un sospiro: “If Mayors Ruled the World”, se soltanto i sindaci governassero il mondo.
E’ Barber a ricordare, sul filo del paradosso, che Norman Mailer era un grande politologo che si dilettava di narrativa, e durante la sua improbabile corsa per la poltrona di sindaco di New York negli anni Sessanta proponeva di scorporare la città di New York dallo stato che porta il suo nome. E addirittura di svincolarla dagli Stati Uniti, un’isola indipendente che fa vela verso il successo in un mondo rallentato dall’inefficienza dei governi, sul modello delle città-stato di antica memoria. “Le persone che guidano le grandi città del mondo sempre di più dettano l’agenda della governance globale”, scrive Barber. “In un’èra contraddistinta dal cinismo – spiega – e dalla disillusione nei confronti della politica, le città rappresentano luoghi di ottimismo e i sindaci rimangono incredibilmente popolari, con tassi di approvazione due o tre volte superiori a quelli dei legislatori e degli amministratori delegati. Per i cittadini, i sindaci sono spesso più importanti dei capi di governo. I presidenti pontificano sui principi, i sindaci raccolgono la spazzatura. E fanno campagne per il controllo delle armi da fuoco o contro il global warming”.
Nei suoi tre mandati da sindaco di New York, Michael Bloomberg ha portato questi concetti alle estreme conseguenze. Non si contano le occasioni in cui il sindaco che in questi giorni cede il passo a Bill de Blasio ha sottolineato le virtù che la città ha sviluppato indipendentemente – e spesso in contrasto – dal governo federale. “Ho il mio esercito, il dipartimento di polizia di New York, che è il settimo esercito al mondo. Ho il mio dipartimento di stato, con grande dispiacere di Foggy Bottom. Abbiamo le Nazioni Unite, che ci garantiscono un accesso diplomatico precluso a Washington”, ha detto, e pazienza se i dati dicono che il pur potente NYPD è ben lontano dalla settima posizione nella classifica degli eserciti del mondo. Bloomberg ha elevato il sindaco a dimensione dello spirito, personificazione della mistica del buon governo che trae il suo fascino nel contrasto con le manchevolezze della burocrazia centralista. Di New York ha accentuato le caratteristiche di impero dentro all’impero, con i suoi modelli e le sue logiche specifiche, le ossessioni da igiene pubblica tipiche del “nanny state” bloomberghiano, l’acuto senso dell’innovazione della Silicon Alley, il processo di gentrification assecondato da regolamenti smart e da tutori della legge che fanno il loro senza chiedere permesso, le battaglie senza quartiere contro tutto ciò che induce in tentazione, dal tabacco alle bevande troppo grandi e zuccherate per essere compatibili con un sistema dove efficienza e moralità devono felicemente convergere.
Il modello Bloomberg nasce dentro a una rappresentazione del mondo, è laico soltanto nel senso che non s’inchina a un potere ultramondano, ma porta avanti un’idea non metafisica di bene imperniata sulla funzionalità del potere. Trionfo della tecnocrazia dal volto umano e incoronazione di una figura, il sindaco, selezionata da un qualche destino razionale per riuscire laddove gli imperi e le nazioni falliscono.
Non dev’essere un caso che persino il successore, un radical antisistema con giovanili passioni sandiniste, famiglia di Brooklyn orgogliosamente multirazziale e un indomabile istinto che lo porta dalla parte degli oppressi abbia scelto, tanto per cominciare, come capo della polizia l’uomo che ispirò la tolleranza zero di Rudy Giuliani e come vicesindaco un manager di Goldman Sachs. All’antico ideale dell’imperatore-filosofo incarnato da Marco Aurelio, Bloomberg oppone quello del sindaco-filantropo, benedetto da ricchezze favolose che non può non mettere al servizio dell’umanità adolescente e incapace di gestirsi. Per massimizzare l’influenza amministrativa ha ovviamente triangolato in tutti i modi possibili con il suo sfaccettato impero mediatico, che tiene insieme gli operatori di Wall Street – attaccati ai terminali finanziari di Bloomberg – e il pubblico non specialista, impaniato dalle campagne che il sindaco promuove nelle sedi amministrative e a mezzo stampa. Alle sue creature mediatiche tiene molto Bloomberg, e non si fa intimidire dai pessimi numeri di Bloomberg Businessweek né dalle voci di certe perniciose fughe di dati sensibili dai flussi che vanno verso i trader. In particolare l’ex sindaco ha a cuore Bloomberg View, la pagina delle opinioni il cui staff (28 persone in tutto) è stato recentemente trasferito nella townhouse di Lexington Avenue da cui Bloomberg gestirà l’impero che verrà. Si dice che lo abbia fatto per poter agire direttamente su quello che giudica uno strumento fondamentale di opinion making ma che non ha ancora dato i frutti sperati. Un anonimo columnist ha spiegato così il posto che View occupa nella psicologia di Bloomberg: “E’ uno dei modi in cui pensa di potere bypassare l’acquisto del Times”. Il Times, già. Quella è la balena bianca di Bloomberg, l’unico vero produttore di opinioni globali, e per poter giustificare, innanzitutto a se stesso, il disinteresse per la grey lady ha creato surrogati giornalistici. View ha un parco opinionisti da urlo (da Ezra Klein a Jeffrey Goldberg fino a Peter Orszag) ma, come spiega bene un’inchiesta di New Republic, non ha trovato la formula giusta o l’autorevolezza necessaria per influenzare davvero il mondo che Bloomberg vuole convincere con i suoi progetti globali. Il Times uno non se lo può dare; tutt’al più lo può comprare, ma questa è un’altra storia. Le ambizioni globali del suo giardino degli opinionisti riflettono la volontà di estendere lo schema dell’amministrazione cittadina. Che ora, lontano da City Hall, voglia esportare in tutto il mondo il brand del suo governo è una conseguenza iscritta nelle premesse.
Ha già assunto i suoi consiglieri più talentuosi per la nuova società di consulenze che guiderà le municipalità dell’orbe terracqueo verso nuovi successi. Bloomberg è sicuro non soltanto che tutto ciò che New York ha costruito in termini di programmi per la salute pubblica, educazione, lotta alla criminalità, trasporti e via dicendo sia tecnicamente esportabile in altri contesti (in fondo New York è una metropoli-patchwork, sintesi di identità che non necessariamente si incontrano nell’abusata metafora del crogiolo) ma che farlo sia un dovere. Brilla sullo sfondo una visione apocalittica, un’apocalisse della tecnocrazia.
Bloomberg Associates eleverà il gran filantropo a sindaco dei sindaci, laico patrono degli amministratori senza etichette ideologiche. Ovunque ci sia un’area da bonificare, una campagna per la salute pubblica da lanciare, un piano regolatore da migliorare, un sindacato con cui trattare e leggi di bilancio da approvare gli uomini di Bloomberg sono pronti a entrare in azione per portare un po’ d’efficienza newyorchese da Nuova Delhi a Città del Messico. Prestazioni del genere potrebbero essere immensamente redditizie – il businessman da 25 miliardi di dollari e rotti raramente s’allontana dai luoghi di incontro fra domanda e offerta – ma il vero filantropo s’aggira nel mondo senza il libretto delle fatture, agisce in funzione di valori durevoli, anche se non eterni, e per il resto si accontenta degli sgravi fiscali con cui l’odiato sistema federale premia i benefattori. Con formula felice il New York Times chiama questo panel itinerante di ottimati un “governo in esilio”, esecutivo globale che viaggia di città in città architettando soluzioni e proponendo modelli. L’ex sindaco ha in mente una struttura agile, una ventina di tecnici che si muoveranno sotto la guida di George Fertitta, il commissario al Turismo che nel 2013 ha battuto ogni record portando 54 milioni di visitatori in città.
Bloomberg Associates lavorerà fianco a fianco con Bloomberg Philanthropies, l’associazione filantropica acquartierata nella leggendaria magione operativa dell’Upper East Side da cui Bloomberg dirige le forze del bene. L’obiettivo immediato è quello di diventare il gran visir dei sindaci, ideale guida di questa classe dirigente trasversale senza troppe pregiudiziali e fardelli di partito. Di tela ne ha già tessuta parecchia, il supersindaco, elargendo “grant” – finanziamenti – per abbassare il tasso di omicidi in Louisiana con un misto di aumento delle forze di polizia e corsi di basket gratuiti per togliere i ragazzi dalla strada. Le tracce del passaggio del sindaco-filantropo e del neo paternalismo che censura le scelte sbagliate, che riguardino le armi da fuoco, i grassi insaturi o il global warming poco importa, si trovano un po’ ovunque, ora si tratta di mettere a sistema le infinite connessioni di questo primo cittadino del mondo secondo uno schema razionale e ovviamente guidato dalla forza dei numeri. Dati e studi del comportamento sono strumenti sufficienti per spiegare – e quindi trasformare – la natura dei rapporti sociali così come li concepisce l’ultrapositivista Bloomberg, il quale sa che nel giro di quarant’anni il 70 per cento della popolazione mondiale abiterà in città.
Non saranno città nel senso ancora ristretto e acerbo in cui le intendiamo oggi, ma agglomerati urbani così vasti e diversificati da richiedere nuovi livelli di indipendenza politica per gli amministratori chiamati a gestirle. La figura del sindaco, lo dicono i numeri di Bloomberg, sarà progressivamente più potente e dovrà ripagare a suon di numeri la fiducia per confermare l’aureola che cinge la sua neutra sagoma di amministratore illuminato. Sarà confermata e amplificata la visione per cui “il governo di Washington è incapace di fare qualsiasi cosa, i sindaci sono ancora costretti ad avere a che fare con il mondo reale”.
Il grande divario sarà fra il mondo reale della rivoluzione urbana guidata dai sindaci e quello rarefatto e nebbioso di governi e parlamenti. Sono dieci anni che Bloomberg esibisce come un punto d’onore l’avversione che la capitale prova nei suoi confronti (“Non ascolto Washington molto, e la cosa non li esalta particolarmente”) e adesso che ha lasciato il “secondo lavoro più difficile d’America” potrà mettere definitivamente alla prova le idee con cui ha guidato la città, svincolando i principi dalle contingenze storiche, come un allenatore che con la forza razionale della tattica riesce a portare alla vittoria squadre fra loro diverse per giocatori e caratteristiche. Questa è in fondo l’aspirazione di Bloomberg: diventare l’allenatore delle città del futuro, il preparatore strategico dei sindaci, anello sommamente virtuoso in una catena politica che è stata spezzata dalla sfiducia dei governati verso i governanti.